mercoledì 8 marzo 2017

Buon 8 marzo!

Immagine tratta dall'articolo
C'è un personaggio che vuol fare gli auguri di un felice 8 marzo a tutte le follower del blog. Il suo nome è Toussaint Mervat bint Mahmoud al-Kabir.

E' una donna, prima di tutto, ma anche una principessa araba che ha deciso di combattere in nome di tutte le donne, a costo di essere rinnegata dal Paese in cui ha aperto gli occhi per la prima volta. Un'anima limpida e forte che non accetta compromessi...

Presto leggerete la sua prima storia.

Grazie alla Genesis Publishing per avermi dato la possibilità di far conoscere il mio personaggio. 

lunedì 6 febbraio 2017

La regina di Saba tra Storia e leggenda

Chi era la regina di Saba? Cosa sappiamo davvero di lei? Spesso non è facile dipanare i fili della Storia da quelli della leggenda, intrecciati dal tempo fino a formare un intricato arabesco. Le fonti, persino la memoria che si perde tra i solchi dei secoli, possono rappresentare un ostacolo nella ricerca.
G. Demin, "La regina di Saba in visita a Salomone", XIX sec.

Vale sempre la pena, però, continuare a indagare senza mai stancarsi, pensare, dar vita a idee e teorie da dimostrare con la pazienza e lo studio. Questo è l’unico modo per favorire il progresso intellettuale (e non solo quello).

Sulla regina di Saba (Sheba) non abbiamo molte notizie e le fonti di cui disponiamo sono tre: La Bibbia, il Corano e l’opera del XIV secolo Kebra Nagast (Gloria dei Re). Stando ai racconti in essi contenuti, la sovrana del regno di Saba, affascinata dalla fama di re Salomone, decise di fargli visita a Gerusalemme, portando con sé ricchi doni.

A quanto pare la regina non era solo bellissima, ma anche molto colta e saggia. Queste doti ammaliarono Salomone in brevissimo tempo, al punto da farlo innamorare, ricambiato, di questa sovrana venuta da lontano. Secondo le fonti etiopi i due ebbero persino un figlio, Menelik, futuro capostipite della dinastia regale abissina.

Per quale motivo la regina si recò a Gerusalemme? Solo per ammirazione verso Salomone? Qual era la collocazione geografica e temporale del regno di Saba? Esistevano dei legami economici e diplomatici tra Israele e questo leggendario regno? Come si chiamava e qual è la vera storia della regina di Saba?

Per gli etiopi il suo nome era Makeda, mentre per i musulmani Bilqis (ma non se ne trova menzione nel Corano). Il suo paese, secondo le ricerche degli studiosi, era situato nella parte meridione della penisola araba, più precisamente in Yemen. Non tutti, però, sono d’accordo con questa teoria; non manca chi identifica il regno di Saba con la stessa Etiopia o, come vedremo, addirittura con l’Egitto.

L’ipotesi più accreditata, comunque, ci parla di un paese molto ricco, la cui estensione comprendeva più o meno gli attuali confini dello Yemen e dell’Etiopia (benché non manchino suggestioni che descrivono la regina di Saba a capo di un popolo nomade e povero). In queste zone risiedevano stabilmente popolazioni sudarabiche immigrate a metà del I millennio a.C. proprio dalla penisola arabica.

Fu questa migrazione a gettare le basi del futuro regno di Axum, che raggiunse l’apogeo tra il III e IV secolo d.C.). Prima dell’arrivo dell’Ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam, queste genti veneravano gli dei mesopotamici Shamesh (il Sole), Sin (la Luna) e Ishtar (la dea della bellezza e dell’amore).

Purtroppo, oggi, ricostruire un’esatta cronologia del regno di Saba e stabilire con certezza se la regina sia esistita e quando è impossibile. Troppe leggende si sono sovrapposte le une alle altre, troppe ipotesi, alcune totalmente prive di qualunque fondamento scientifico, si sono avvicendate nel tempo, offuscando le già scarse possibilità di una incontrovertibile ricostruzione storica. Non ci resta che analizzare più da vicino le tre fonti principali.


La regina di Saba nella Bibbia, nel Corano e nel Kebra Nagast

Il “Kebra Nagast”, il cui significato è “Gloria dei Re”, venne redatto, nella sua versione definitiva (si tratta di una raccolta di racconti riadattati), nel XII secolo. Il libro affonda le radici tanto nella Bibbia quanto nel Corano e uno dei temi principali è proprio l’incontro tra Salomone e Makeda. Viene messo in evidenza il loro dialogo, dopo il quale la regina decide di dedicare le sue preghiere al Dio di Israele e non più al Sole.


Adorazione del Sacro Legno e incontro tra Salomone e la Regina di Saba, Piero della Francesca, 1452-1458


Inoltre viene approfondito il legame amoroso tra i due, da cui nascerà Bayna-Lehkem, ovvero Menelik. La vicenda prosegue proprio con quest’ultimo, il quale decide di recarsi in Israele per conoscere il padre; da qui in poi la storia di Menelik, di Israele e dell’Etiopia si intrecciano alle sorti della leggendaria Arca dell’Alleanza.

Attraverso questi pochi dati, però, non riusciamo a capire per quale ragione la sovrana di Saba si sia recata a Gerusalemme. Lo storico Giuseppe Flavio (37-35/100), che nell’opera “Antichità Giudaiche” racconta proprio la storia del popolo ebraico, ci dà una versione dei fatti molto interessante:

“C’era una donna, regina d’Egitto e d’Etiopia…quando…venne a sapere della virtù e della saggezza di re Salomone, venne assalita da un fortissimo desiderio di conoscerlo”
(VII, pag. 165 ed. Utet, 1998).

Dunque questo incontro sarebbe stato il frutto della curiosità? Non tutti gli studiosi concordano. In effetti l’immagine di Makeda che ci è stata tramandata è quella di una donna innamorata del sapere e non sarebbe strano se avesse trovato in Salomone la sua “controparte intellettuale”.

Il Kebra Nagast, che narra molto bene l’incontro tra i monarchi, ci fa intravedere l’amore della regina per la conoscenza:

Ella venne sin dai confini della terra, solo per ascoltare la saggezza di Salomone
(Kebra Nagast, 21).

“…Da essere una sciocca sono divenuta saggia solo seguendo la tua sapienza…Salomone…si tolse l’anello e lo diede alla regina, dicendole: «Prendi (questo) così non ti dimenticherai di me. E se il mio seme fiorirà in te, questo anello sarà un segno per lui; se sarà un ragazzo dovrà venire da me»…”
(Kebra Nagast, 29).

Torniamo un attimo al passo citato di Giuseppe Flavio: lo storico, infatti, ci dice che la sovrana non fu solo regina d’Etiopia, ma anche d’Egitto. Esiste davvero un legame tra la terra dei Faraoni e la regina di Saba? Possiamo considerare esatta l’informazione che ci dà Giuseppe Flavio?

Lo scrittore Ralph Ellis, autore del saggio “I sovrani scomparsi dell’Antico Egitto” (Newton Compton, 2004), cerca di sciogliere l’enigma sull’identità di questa sovrana: secondo la versione ufficiale una principessa egiziana, proveniente da un regno potentissimo, non si sarebbe mai sottomessa di fronte a un re d’Israele, abbracciando la sua religione e portandogli addirittura dei doni.

Eppure, ci ricorda Ellis, i due regni erano legati da una lunga storia di alleanze e scambi; dunque, la questo punto, la possibilità che una regina visitasse un paese “amico” non risulta poi così strana.

L’autore puntualizza, infine, che, in base a quanto ci riportano le fonti (da Giuseppe Flavio alla storia di Giacobbe narrata nella Genesi, fino al Corano), non sarebbe assurdo pensare che Saba potesse essere addirittura un regno hyksos indipendente, situato esattamente nel Basso Egitto. Ancora una volta, però, nessuna certezza. Soffermiamoci, ora, sull’incontro vero e proprio tra Makeda e Salomone, narrato nella Bibbia.

“La regina di Saba, sentita la fama di Salomone, venne per metterlo alla prova con enigmi. Venne in Gerusalemme con ricchezze molto grandi, con cammelli carichi di aromi e di grande quantità di oro e di pietre preziose. Si presentò a Salomone e gli disse quanto aveva pensato. Salomone rispose a tutte le sue domande; nessuna ve ne fu che non avesse risposta, o che restasse insolubile per Salomone. La regina di Saba, quando ebbe ammirato tutta la saggezza di Salomone, il palazzo che egli aveva costruito, i cibi della sua tavola, gli alloggi dei suoi servitori, l’attività dei suoi ministri e le loro divise, i suoi coppieri e gli olocausti che egli offriva nel tempio del Signore, ne rimase senza fiato. Allora disse al re: «Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto e sulla tua saggezza. Io non avevo voluto credere a quanto si diceva finché non sono giunta qui e i miei occhi non hanno visto; ebbene non me ne era stata riferita neppure una metà! ... Nel suo amore eterno per Israele il Signore ti ha stabilito re perché tu eserciti il diritto e la giustizia» …Il re Salomone diede alla regina di Saba quanto essa desiderava…Quindi essa tornò nel suo paese con i suoi servi.”
(Primo Libro dei Re, 10: 1-13).


Dalla Bibbia emerge, come abbiamo visto, un ritratto interessante di Makeda, presentata come una donna intelligente, scaltra, senza dubbio in grado di mettere alla prova un re altrettanto astuto e determinato.

Salomone sa ben destreggiarsi nei labirinti degli enigmi proposti dalla regina; i due sovrani si osservano, si studiano, ma non si temono. In un certo senso sembrano già due “anime gemelle”, per usare dei termini molto moderni e il sentimento che li unisce è, prima di tutto, una vera e propria attrazione intellettuale.

Ritroviamo il racconto dell’arrivo della regina di Saba alla corte di Salomone anche nel Secondo Libro delle Cronache (9: 1-12); in questo caso, però, la narrazione non si distanzia da quella già citata del Primo Libro dei Re. C’è, poi, anche un’altra fonte che narra il celebre incontro tra queste due personalità straordinarie, ovvero i Vangeli di Matteo (12, 42) e Luca (11,31).

In questi passi Gesù rammenta la punizione divina che colpirà, nel Giorno del Giudizio, quanti non hanno creduto al suo messaggio.

“La regina del Sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall’estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c’è più di Salomone!”
(Matteo 12, 42).

Nel Corano la terra di Saba è ricordata per le sue ricchezze e per il culto che il popolo tributava al Sole (forse Ra?):

“Ti porto notizie certe sui Saba: ho scoperto che una donna è loro regina, che è provvista di ogni bene e che possiede un trono magnifico. L’ho scorta prosternarsi…davanti al Sole.” (Corano, sura XXVII, 22-24).

Molti studiosi sostengono che la venerazione del Sole potrebbe essere collegata non alla religione dell’Antico Egitto, bensì a quella mesopotamica. Purtroppo dobbiamo limitarci alle congetture, in attesa di possibili sviluppi nelle ricerche.

Per quanto riguarda, invece, il motivo della visita di Bilqis/Makeda in Israele sono state fatte diverse ipotesi: l’alleanza dei due popoli sancita dal matrimonio tra i sovrani (la nascita di Menelik ne sarebbe stata il suggello), la sete di conoscenza della stessa regina e l’ammirazione verso Salomone che l’avrebbe spinta a intraprendere un lungo viaggio pur di confrontarsi con lui sul piano intellettuale.

In questo mare di incertezze e di suggestive ipotesi rimane, intatto, il fascino immortale di un personaggio femminile ancora misterioso, in cui si fondono alla perfezione bellezza, carisma e sapienza.

Bilqis o Makeda poco importa: la regina di Saba è, prima di tutto, un ideale di saggezza e di audacia capace di ammaliare ancora oggi scrittori e registi. Una donna che viaggia per conoscere, che non accetta di restare ferma, di accontentarsi, di sottomettersi a dei limiti che altri le hanno imposto. Da questo punto di vista, dunque, il viaggio non è solo fisico, ma anche “iniziatico”; morale, intellettuale, come abbiamo detto più volte, perfino emotivo.

Se un giorno avremo accesso a prove storiche inconfutabili sull’esistenza della regina di Saba, potremo dare, finalmente, consistenza e “spessore umano” al sogno della vera conoscenza che non ha confini.


Bibliografia

Articolo “Terra divina” di Marco di Branco, Archeo n.380, ottobre 2016, pag.84-104;

Ralph Ellis, “I sovrani scomparsi dell’Antico Egitto”, Newton Compton, 2004;

Giuseppe Flavio, “Antichità giudaiche”, VII, pag. 165 ed. Utet, 1998;

Marek Halter, “La regina di Saba”, Spirali, 2009;

La Sacra Bibbia, Libreria Editrice Vaticana, 1992;

Il Corano, a cura di Alessandro Bausani, Rizzoli, 1988;

Il Corano, a cura di Gabriele Mandel, Utet, 2006.

sabato 24 dicembre 2016

Buone Feste

Auguro a tutti un gioioso Natale con il video dell'Ave Maria della cantante libanese Tania Kassis. La speranza è quella di un mondo in cui regni una pace concreta, figlia del buon senso, del cuore, ma anche della ragione.

Un'utopia? Chissà. Io, però, voglio continuare a credere che sia possibile, che ancora siamo capaci di creare bellezza e serenità intorno a noi, ogni giorno e con ostinazione se è necessario, senza prevaricarci, senza ferirci.

Voglio credere che diventeremo più consapevoli del mondo che ci circonda, del nostro presente e del nostro futuro e non guarderemo più a questi con disincanto, poiché significherebbe aver già perso.

Che questo possa essere un periodo di riflessione sull'importanza della libertà, del rispetto (che non può mai essere "unidirezionale", né figlio dell'ipocrisia o, peggio, del buonismo) e del valore della vita.

Buon Natale e Buone Feste a tutti voi.

martedì 20 dicembre 2016

Dalla Siria alla Germania. Articolo su Huffington Post

Sul blog di Huffington Post la mia riflessione sugli eventi di ieri. Dalla terribile situazione siriana alla morte dell'ambasciatore russo in Turchia fino alla strage in Germania. Eventi collegati tra loro proprio attraverso il filo rosso della Siria, ago della bilancia degli equilibri mondiali.

lunedì 27 giugno 2016

Ramadan. Le migliori app

Fonte immagine: http://www.oceanofwallpapers.com/
Ad alcuni potrà sembrare un controsenso ma, in realtà, fede e tecnologia non sono due mondi agli antipodi. Negli ultimi anni diverse religioni, attraverso le loro autorità e gli stessi fedeli, si sono servite di Internet, per fare un esempio tra i più evidenti, come supporto per spiegare idee e culti.
Purtroppo, come sappiamo, non sempre la conoscenza scientifica e tecnologica è stata usata a fin di bene, che sia per ragioni politiche, economiche o religiose conta poco. La responsabilità dell’utilizzo di un mezzo è nelle mani degli uomini, i quali hanno dimostrato di non essere sempre in grado o di non avere a cuore, in ogni momento, il miglioramento e il bene di tutta l’umanità.
Discorsi, questi, di cui siamo (o dovremmo essere) tutti consapevoli benché, all’atto pratico, esista ancora un divario tra chi usa “bene” (e a fin di bene per se stesso e per gli altri) la tecnologia e chi la usa “male” (e per scopi illeciti). Questa volta, però, parleremo di un connubio diverso, più specifico e piuttosto riuscito fra tecnologia e religione. In questo post troverete una selezione delle migliori app per il Ramaḍān.
Tale selezione è soggettiva, quindi se conoscete altre applicazioni di questo tipo che ritenete altrettanto valide, non esitate a segnalarle nei commenti. Non è detto, infine, che un articolo del genere debba interessare esclusivamente i musulmani; vedrete che alcune funzioni delle app suggerite possono essere un valido supporto per chi vuole conoscere meglio la religione islamica (o è già un appassionato di tematiche religiose), uno spunto per approfondire il culto e i riti, ad esempio.
Cominciamo subito…


Ramaḍān 2016: app con una grafica lineare, riporta tutti gli orari delle preghiere, dell’inizio e della fine del digiuno (si può anche attivare le notifiche per segnalarli sul cellulare). Inoltre è possibile consultare il Corano, disponibile in otto lingue e ascoltarlo in arabo. L’applicazione è dotata della bussola che indica la qibla e tra le funzioni vi sono le invocazioni ad Allah con relative trascrizione e traduzione in inglese, l’elenco dei 99 nomi di Allah e i calendari islamico e gregoriano con convertitore di date. 

Muslim Pro: app completa e dalla grafica accattivante. Consente, in base alla posizione geografica, di trovare la moschea e i luoghi del ḥalāl più vicini. E’ dotata di un calcolatore che permette di conteggiare l’esatto importo della zakāt (elemosina) e di un archivio fotografico da cui è possibile selezionare immagini da inviare come cartoline digitali. Inoltre è presente la funzione relativa al tasbīḥ ovvero il “rosario” arabo. Non mancano, ovviamente, la lista dei 99 nomi di Allah, la bussola per la qibla, le invocazioni, l’orario delle preghiere e le versioni araba e italiana del Corano (con audio in arabo). E’ disponibile una versione premium dell’app.

Athan Pro: dal punto di vista grafico è l’app più elegante tra quelle selezionate. Riporta l’ḥadīth ovvero del giorno in arabo e in inglese, la preparazione e l’esecuzione dei riti ‘umrah e ḥaǧǧ. Anche Athan Pro è dotata di bussola per la qibla, dell’elenco dei 99 nomi di Allah, del tasbīḥ di sfondi per il cellulare e dell’orario delle preghiere e del digiuno. C’è anche la possibilità di vedere due video tratti da canali arabi. Le altre funzioni, come quella relativa alla ṣalāt, con spiegazioni sul modo di pregare e sull’origine delle preghiere islamiche, possono essere scaricate a parte, cliccando sulle rispettive icone.

Prayer Times & Qibla Pro: app semplice ma ben sviluppata. Oltre alle funzioni come quella relativa al tasbīḥ o ai nomi di Allah, vero “must” per questo tipo di applicazioni, è presente un convertitore di date basato sui calendari islamico e gregoriano e la spiegazione, in inglese, dei cinque Pilastri dell’Islam.

I Quran Lite: è presente in una grafica molto semplice ma ben curata, Il Corano in arabo e in inglese. Si possono attivare anche traduzioni in altre lingue, ma tale opzione è presente solo nella versione Pro dell’applicazione. In I Quran Lite sono riportate anche le principali regole del taǧwīd con relativi esempi audio.

Ramaḍān Duas: è l’applicazione dedicata alle invocazioni ad Allah, disponibili in arabo e in inglese. Ne viene espresso il significato e segnalati i giorni in cui devono essere recitate. La grafica, anche in questo caso, è molto intuitiva, ma funzionale.


L'unica pecca di tutte le app selezionate è la presenza di pubblicità, a quanto pare divenuta inevitabile anche in tali casi. Per il resto sono state studiate con una certa cura e risulta piuttosto interessante osservare, attraverso queste, il connubio tra tecnologia e religione.
Ovviamente se vogliamo davvero studiare e approfondire l’Islam e il mondo arabo, dobbiamo affidarci ai libri, ai viaggi, ai bravi insegnanti. Tutto questo, piaccia o meno, la tecnologia non può ancora sostituirlo. Inoltre dobbiamo sempre prestare attenzione al materiale che troviamo su Internet (in forma di siti, app e via di questo passo), soprattutto quando riguarda temi complessi e scottanti.
Selezione e buon senso non possono mancare, insieme alla volontà di approfondire, verificare e comparare.

lunedì 13 giugno 2016

Il Ramadan tra Storia e religione

Immagine tratta da: http://www.oceanofwallpapers.com/

“O voi che credete, vi è prescritto il digiuno come era stato prescritto a coloro che vi hanno preceduto…Chi però è malato o è in viaggio, digiuni in seguito altrettanti giorni. Ma per coloro che a stento potrebbero sopportarlo c’è un’espiazione: il nutrimento di un povero…E’ nel mese di Ramadan che abbiamo fatto scendere il Corano, guida per gli uomini e prova di retta direzione e distinzione…”
(Corano, sūra II, al-Baqara, La Giovenca, 183-185)

Perché i musulmani celebrano il mese di Ramaḍān (رمضان)? Qual è  l’origine della tradizione del digiuno e quali precetti religiosi è necessario osservare? Quali sono le radici storiche di questo momento tanto importante per la comunità islamica?

Il Ramaḍān , che quest’anno cade tra il 7 giugno e il 5 luglio, è un periodo di purificazione e riflessione per i musulmani. Contrariamente a quanto sostengono alcuni, non si tratta di un mese in cui tutte le notti sono dedicate a festeggiamenti esagerati. Il Ramaḍān rappresenta, infatti, una sorta di “pausa” della mente, durante la quale dedicarsi non solo alla preghiera, ma anche all’attenta lettura del Corano e alla meditazione sul testo. I musulmani ricordano, in questi giorni, la Rivelazione del Libro Sacro al profeta Maometto, attraverso l’arcangelo Gabriele. Proprio per onorare tale Messaggio i credenti seguono il precetto del digiuno, che è anche uno dei Pilastri dell’Islam.


Immagine tratta da Wikipedia
Lo studioso Di Nola, nel saggio “L’Islam. Storia e segreti di una civiltà” (Newton Compton, 1998), spiega che tale uso è stato, con tutta probabilità, mutuato dal Cristianesimo e dall’Ebraismo. In un primo momento Maometto adottò “l’ʿĀshūrāʾ” (اشوراء), ovvero il giorno del digiuno, rifacendosi alla tradizione ebraica collegata allo Yom Kippur (“giorno dell’espiazione”); anche durante quest’ultima celebrazione, infatti, alcune azioni come mangiare, bere o avere rapporti sessuali sono rigorosamente vietate. Le relazioni diplomatiche tra il Profeta e il popolo ebraico, però, vacillarono per questioni politiche e religiose, dunque l’Āshūrāʾ assunse carattere facoltativo e il mese di Ramaḍān divenne, a tutti gli effetti, il periodo dell’astinenza obbligatoria.

A tal proposito si può aggiungere che la radice della parola Ramaḍān, ovvero “rmḍ” vuol dire “calore”: questo periodo, quando gli Arabi usavano ancora il mese intercalare per far coincidere l’anno solare e quello lunare (sistema abolito dallo stesso Maometto), cadeva nel bel mezzo dell’estate (ora la sua posizione, come si sa, è “mobile”, dal momento che i musulmani usano calcolare il tempo in base all’anno lunare, partendo dall’Egira, avvenuta nel 622 d.C.).

I malati, i viaggiatori, le donne incinte, le puerpere, le donne durante il ciclo mestruale e i bambini sono alcune delle categorie di persone che possono evitare il digiuno. Nei casi più gravi o, in generale, di evidente impossibilità, la dispensa è totale e può essere sostituita dall’elemosina; altrimenti è necessario recuperare i giorni in cui non è stato possibile osservare la tradizione religiosa. Per esempio un viaggiatore si trova in una condizione per cui il digiuno, una volta terminato il viaggio e se non vi sono altri seri impedimenti, può essere ripreso, recuperando il tempo “perduto”.

L’astinenza, quindi, fa parte di un più ampio percorso spirituale di espiazione ed è regolata in maniera molto dettagliata dal fiqh (الفقه‎ il diritto), in base al quale, tra l’altro, anche il fumo, i rapporti sessuali e l’alcol sono annoverati tra le cause di interruzione del digiuno. Questo percorso, ovviamente, riguarda sia il corpo che l'anima: durante il Ramaḍān è doveroso astenersi dai litigi, dalle bugie e dai pettegolezzi. Il fedele, insomma, deve cercare di mantenersi in uno stato di purità assoluta. Ogni giorno, prima dell’alba, questi dovrebbe formulare la “nīyya” (نية), cioè “l’intenzione” del digiuno.

Nella pratica, però, è ormai consuetudine fare tale dichiarazione solo una volta, al tramonto della notte che precede l’inizio del Ramaḍān. Di solito, poi, i musulmani preferiscono fare un pasto frugale prima che il sole si affacci all’orizzonte (sāḥūr) e solo dopo il tramonto interrompere il digiuno con un pasto più sostanzioso (faṭūr).

Il primo giorno del mese di Šawwāl (شوّال) si chiude ufficialmente il tempo della purificazione. Il Ramaḍān è appena passato (Ramaḍān e Šawwāl sono, rispettivamente, il nono e il decimo mese del calendario islamico) e il digiuno viene interrotto con la festa dell’ʻĪd al-Fiṭr (عيد الفطر‎‎), caratterizzata da sontuosi banchetti, dallo scambio di doni (destinati soprattutto ai bambini) e da un periodo di riposo da passare in famiglia.


La Notte del Destino

Si è già accennato alla celebrazione della Rivelazione durante il mese di Ramaḍān nell’anno 610. Il Corano narra questo evento fondamentale per l’Islam nella sūra al-Qadr,Il Destino”: “…Invero lo [in riferimento al Corano] abbiamo fatto scendere nella Notte del Destino…la Notte del Destino è migliore di mille mesi. In essa discendono gli Angeli e lo Spirito [in riferimento all’arcangelo Gabriele], con il permesso del loro Signore…E’ pace, fino al levarsi dell’alba” (al-Qadr, 96, 1-8).

Per tradizione la Notte del Destino (“Laylat al-Qadr” لیلة القدر‎‎) viene ricordata nella notte tra il 26 e il 27 di Ramaḍān. I fedeli musulmani si riuniscono nelle moschee o rimangono in casa a pregare, a leggere il Corano e a chiedere perdono per i peccati fino all’alba.

Il Libro Sacro racconta anche la “discesa” del Messaggio di Allah su Maometto: “Leggi! In nome del tuo Signore che ha creato…l’uomo da un’aderenza. Leggi! Che il tuo Signore è il generosissimo, Colui che ha insegnato mediante il calamo…all’uomo quello che non sapeva” (sūra “al-‘Alaq”, “L’Aderenza”, 96, 1-5).


Il Pellegrinaggio

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Come ogni anno si prevede un’alta affluenza di pellegrini verso La Mecca per l’ḥaǧǧ (حَجّ), il pellegrinaggio. Proprio in vista di questo evento l’Arabia Saudita ha rafforzato i controlli e i sistemi di sicurezza.

L’Iran, stando alle notizie più attuali, ha sospeso il pellegrinaggio per tutto il 2016 adducendo come spiegazione la mancata sicurezza dei viaggiatori, soprattutto dopo gli incidenti avvenuti nella città sacra lo scorso anno; nella calca persero la vita 717 persone, tra cui circa 500 iraniani e ne rimasero ferite più di 800.

La questione ha dato origine a una vera e propria crisi diplomatica, a cui non sono estranei anche interessi economici, tra Iran e Arabia Saudita. A ciò si somma il valore religioso del pellegrinaggio, uno dei cinque Pilastri dell’Islam, su cui si sono basati i tentativi di mediazione.


Conclusione

Il mese di Ramaḍān rappresenta un momento di “connessione” tra l’uomo e la divinità. La consapevolezza di questo legame è presente in tutte le religioni, benché sia espressa in modi e tempi diversi.

Tale “connessione”, per chi crede, non si interrompe mai, ma rischia di rimanere nascosta tra gli impegni e la frenesia della vita quotidiana. I periodi di purificazione, preghiera e studio servono proprio a ritrovare “il filo” che collega la parte umana a quella divina, sono un’interruzione della quotidianità che spinge gli uomini alla ricerca interiore che li aiuterà ad affrontare l’esistenza seguendo la coscienza.


Bibliografia e sitografia

La Repubblica sugli incidenti a La Mecca:
Donner Fred, “Maometto e le origini dell’Islam”, Einaudi, Torino, 2011;
Mandel Gabriele, “Islam”, Electa, Milano, 2006;
a cura di Bausani Alessandro, “Il Corano”, Rizzoli, Milano, 2006;
Piccardo Hamza Roberto, “Il Corano”, Newton Compton, Roma, 2006;
Di Nola Alfonso, “L’Islam. Storia e segreti di una civiltà”, Newton Compton, Roma, 1998; Bausani Alessandro, “L’Islam”, Garzanti, Milano, 1999.

lunedì 2 febbraio 2015

Il Jihad, la lotta interiore e la guerra santa


La parola araba ǧihād è ormai entrata da molto tempo nel nostro vocabolario; in questi ultimi tempi la sentiamo spesso attraverso telegiornali o talk show, la leggiamo su magazine e libri e ogni volta evoca in noi evidenti e comprensibili sensazioni di paura e anche di confusione, di smarrimento verso qualcosa che non riusciamo a spiegarci fino in fondo, un pericolo che, forse, abbiamo sottovalutato.
 
Il ǧihād (termine maschile) viene associato esclusivamente a “guerra santa” rafforzando l’aspetto militare e bellicoso del concetto ma, nello stesso tempo, oscurandone la complessità e le sfumature di significato che andrebbero, invece, evidenziate.
 
Ciò non è affatto strano, se teniamo conto non solo dei recenti casi di cronaca, ma soprattutto della storia delle relazioni tra Europa e Islam.
 
Eppure, se davvero vogliamo capire cosa sta accadendo oggi nel mondo, avere un’idea il più possibile chiara degli eventi, non possiamo fermarci qui. Dobbiamo leggere, chiedere spiegazioni, fare domande, andare sempre oltre senza pensare di saperne abbastanza. In una parola: informarci. (E questo non vale solo a proposito del ǧihād ).
 
In questo articolo cerchiamo di capire cos’è e come si è sviluppato il concetto di ǧihād seppur nei limiti di spazio concessi da un blog e, anche per questo, tenendo conto quanto di scritto sopra, ovvero… ci sarà sempre un angolo in cui non abbiamo ancora cercato, ci sarà sempre un libro che non abbiamo ancora letto e che “occhieggia” verso di noi dalla libreria. Ci sarà sempre qualcosa che ci sfugge e una porta che non abbiamo ancora aperto.
Perché indugiare, dunque?
 
 
Il significato
 
Il termine ǧihād, in arabo جهاد , si forma dalla radice ǧ-h-d, attraverso la quale si intende lo sforzo compiuto “sulla via di Dio” (in arabo fī sabīli llāhi; الله سبيل في). 
 
Solo per gli Sciiti è il sesto pilastro dell’Islam, insieme alla professione di fede (shahāda), la preghiera (ṣalāt), l’elemosina (zakāt), il digiuno durante il Ramaḍān (ṣawm) e il pellegrinaggio a La Mecca (ḥaǧǧ) (i cinque pilastri, come sappiamo, riconosciuti sia dai Sunniti che dagli Sciiti).
 
Fin qui il significato letterale. Veniamo all’interpretazione: con ǧihād, infatti, i musulmani si riferiscono sia a una battaglia vera e propria che a una lotta interiore.
 
 
L’interpretazione
 
Esistono due tipi di ǧihād: il grande ǧihād e il piccolo ǧihād.
 
Il primo è uno sforzo interiore, ovvero la lotta con se stessi per vincere le passioni terrene e diventare uomini migliori. Per dirla in termini molto moderni si tratta di uno sforzo per la “crescita personale” (al- ǧihād al-akbār, cioè “lo sforzo maggiore”). Questo è il significato originario di ǧihād. 
 
Il secondo, invece, è uno sforzo esteriore, in quanto fa riferimento alla guerra che, però, può avvenire solo in casi particolari (al- ǧihād al-aṣghār, cioè “lo sforzo minore”). 
 
Queste sono le due interpretazioni più importanti e diffuse dall’VIII secolo circa grazie alle dottrine sufi.
 
Soffermiamoci un momento sul piccolo ǧihād. Abbiamo visto il chiaro riferimento alla guerra,
ma dobbiamo tenere presente le diverse esegesi, molte delle quali ritengono che nel Corano non si parli di guerra offensiva, ma di difesa della comunità islamica.
 
Bausani, nel suo saggio “L’Islam” (Garzanti, 2002) chiarisce che l’obbligo di difendere la comunità islamica è affidato a tutti i credenti che possano usare un’arma, ma solo in caso di aggressione, ma non tutti gli studiosi concordano con la definizione di “guerra difensiva”.
 
Su quest’ultima teoria, però, come vedremo, non tutti sono d’accordo; infatti esistono delle ulteriori sfumature di significato.
 
Dunque, in generale, ci troviamo di fronte a due diverse concezioni di ǧihād: una riguarda l’impegno, la fatica per avvicinarsi ad Allah, l’altra è una lotta nell’accezione più comune, su un campo di battaglia.
 
Nel Corano esistono riferimenti a entrambe le interpretazioni, ma per chiarire meglio il concetto di ǧihād è necessario analizzare il contesto storico in cui questo si formò.
 
 
Guerra santa?
 
Una cosa è certa: ǧihād non è traducibile con “guerra santa”. Sono due concetti diversi figli di contesti e idee altrettanto differenti. Non solo: come ci spiega Gabriele Mandel nel saggio “Islam” (Electa, 2006) al-ḥarb al-muqaddasa, ovvero “guerra santa” (الحرب المقدسة) non compare mai nel Corano; l’espressione venne usata, per la prima volta, in una predica di Pietro l’Eremita nel 1096, cioè all’inizio della prima Crociata.
 
Per i primi musulmani e per lo stesso Maometto fare la guerra significava scontrarsi con quanti erano ostili all’Islam e, soprattutto, con i politeisti che abitavano La Mecca. Questo è il contesto puramente storico in cui nacque la religione islamica e si rafforzò il “suo istinto di sopravvivenza”.
 
Guerra, dunque, era sinonimo di conquista, di sottomissione e di potere politico. Ovviamente guidare una comunità voleva dire anche sviluppare una fondamentale inclinazione per la diplomazia, che consentì ai musulmani di promuovere la pace attraverso patti stipulati con ebrei e cristiani, ma anche con gli stessi meccani (ricordiamoci sempre di essere su una specie di “campo minato” in cui i termini possono risultare troppo stretti per accogliere sfumature di significato o, ancora più in grande, strategie politiche per cui conquiste e diplomazia non sono necessariamente antitetici; certo bisogna tenere conto del fatto che gli accordi, spesso, sono a vantaggio della parte più forte o vittoriosa e possono essere rotti, trasgrediti, dunque generare nuove battaglie in cui la pace e il patto vengono rinegoziati).
 
Frutto dell’arte diplomatica fu anche la dhimma, ovvero il particolare status concesso, tramite un accordo di protezione, dai musulmani alla “Gente del Libro” nei territori conquistati (ebrei e cristiani in un primo momento, ma tale status venne, in seguito, accordato anche ai fedeli di altre confessioni).
 
Rammentiamo, comunque, che stiamo parlando di accordi di natura politica, che mutarono nel tempo e, nel caso della dhimma, anche in base ai luoghi in cui vennero applicati e alle strategie diplomatiche dei sovrani in carica.
 
C’è, poi, un altro fatto di cui dobbiamo tenere conto quando parliamo di ǧihād e contesto storico: in quale momento avvennero le rivelazioni contenenti questo termine. Dove si trovava il Profeta, a La Mecca o a Medina?
 
Nelle sure meccane, secondo quanto spiegato da molti studiosi musulmani e non, il ǧihād rappresenta unicamente lo sforzo interiore. In quelle medinesi, invece, è più evidente il significato di lotta militare contro La Mecca associata a tale termine.
 
E’ chiaro, quindi, che il concetto di ǧihād ha bisogno, per essere spiegato, del riferimento al contesto storico in cui è nato. Detto questo la definizione di “lotta difensiva” può essere e, di fatto, viene messa in discussione; combattere contro quelli che sono considerati infedeli, infatti, può giustificare l’attacco, presentato come una battaglia per “difendere” la sopravvivenza dell’Islam. Il Corano annovera tali lotte tra i dovere di ogni musulmano.
 
 
La Casa dell’Islam
 
Le prime conquiste islamiche avevano uno scopo ben preciso: l’espansione, che non presupponeva la conversione. I primi musulmani, infatti, tenevano al carattere “arabo” della loro religione e la dhimma era più che sufficiente per regolare i rapporti di convivenza tra loro e i fedeli delle altre religioni.
 
Questo stato di cose, dato il livello espansionistico raggiunto e l’incontro con altri popoli e differenti usi, non durò a lungo. Lo sviluppo del diritto musulmano e della società islamica portò a scindere, in maniera netta e inequivocabile, il mondo allora conosciuto in due grandi “blocchi”: dar al-Islām e dar al-ḥarb, ovvero la “Casa dell’Islam” e la “Casa della Guerra”, la terra dei musulmani e la terra abitata dagli infedeli.
 
Questa separazione non marcava solo dei confini fisici e religiosi ma, in qualche modo, rendeva la parte di mondo non islamizzata una sorta di terra da conquistare e assoggettare, in cui compiere razzie e, nello stesso tempo, portare l’Islam.
 
Si usava pianificare almeno un ǧihād ogni anno e, in caso di concretizzazione e vittoria, i popoli conquistati avevano due possibilità: convertirsi, oppure essere fatti schiavi. Come ci ricorda il teologo Hans Kung nel suo saggio “Islam” (Rizzoli, 2005), il concetto di ǧihād subì un progressivo declino durante la colonizzazione, per poi risorgere nel Novecento, radicalizzandosi a causa di nuove e più estreme interpretazioni coraniche.
 
Questa radicalizzazione ha consentito la nascita e l’inarrestabile ascesa di gruppi terroristici come al-Qa’ida, divenuto tristemente famoso dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 o lo stesso Isis che miete vittime e orrore ogni giorno.

A questo punto ci chiediamo se sia possibile sconfiggere il terrorismo e in che modo.
 
E’ solo un’utopia pensare che possa esistere un dialogo tra cristiani e musulmani moderati e che possiamo lottare insieme affinché né l’odio né la prevaricazione abbiano la meglio?
 
 
Conclusione
 
Dialogare è possibile, costruire la pace è necessario, ma bisogna tenere in considerazione alcuni elementi, presentati in maniera esauriente, magistrale da Hans Kung e che condivido: per estirpare alla radice la piaga del terrorismo occorre investire più risorse nell’istruzione, nelle società e questo vale tanto per il mondo islamico quanto per quello occidentale.
 
Del resto il terrorismo prospera dove ci sono guerre, ignoranza, povertà, violenza, situazioni estremamente disagiate, che non favoriscono il pieno sviluppo del diritto alla libertà in ogni sua declinazione.
 
L’educazione, poi, si fonde con le altrettanto necessarie interpretazioni del Corano, le quali devono tenere conto del contesto storico in cui il messaggio divino è stato rivelato. C’è bisogno assoluto di riflessione e di critica, del dinamismo intellettuale che l’Islam, storicamente, conosce bene ed è l’esatto opposto della rigida, dogmatica accettazione perpetrata dagli estremisti. Lo sforzo interiore e anche quello esteriore, dal momento che, come abbiamo già detto, esso va contestualizzato nel periodo storico di riferimento, non devono essere un punto di partenza, una legittimazione o una giustificazione per chi vuole diventare un “martire”, un kamikaze, un assassino, per chi cova odio e vuole solo spargimento di sangue o manipolare gli altri per secondi fini. 

Al contrario; questo sforzo interiore è miglioramento di sé che nulla ha a che vedere con la distruzione e l'autodistruzione.
Da un punto di vista strettamente religioso, poi, il teologo evidenzia che secondo la fede islamica (e non solo, per chi crede) unicamente Dio può decidere della vita e della morte.
Il terrorismo fa paura, ma non possiamo e non dobbiamo lasciarci vincere. E' il momento, per musulmani e non, di svegliarsi.
 
 
Bibliografia
 
Bausani Alessandro, L’Islam, Garzanti, Milano 2002.
 
Mandel Gabriele, Islam, Mondadori Electa, Milano 2006.
 
Kung Hans, Islam, Rizzoli, Milano 2005.
 
Cook David, Storia del jihad. Da Maometto ai giorni nostri, Einaudi, Torino 2007.
 
Scarcia Amoretti Biancamaria, Tolleranza e guerra santa nell’Islam, Sansoni Scuola aperta, Firenze 1974.


Fonte immagini: Ansa e Wikipedia (La presa di Gerusalemme durante la prima Crociata; l'Arcangelo Gabriele rivela il messaggio divino a Maometto)