mercoledì 18 aprile 2018

L’Islam e l’ascesa della “moda modesta”

La moda è in continua evoluzione come il cammino dell’uomo e la Storia. Chi la considera una faccenda di poco conto, per ragazzine ossessionate dal look, oppure la riduce a un insieme di tendenze stagionali collegate alla smania di consumismo commette un grave errore.

La moda è molto di più di un post su Instagram; è specchio del tempo, riflette abitudini, regole, forme di ribellione, desideri, sogni, immagini, pensieri, fantasia, razionalità, ma coinvolge anche la società, il commercio, il lavoro di tantissime persone ed è costituita da tante tappe quante sono le epoche vissute dall’uomo (a tal proposito vi consiglio di riguardare il celebre dialogo tra Meryl Streep e Anne Hathaway nel film “Il Diavolo veste Prada).

Oggi stiamo assistendo a un nuovo cambiamento, osservando un riflesso diverso da quello che siamo abituati a vedere di solito: la “moda modesta” al femminile. In generale possiamo definire così un preciso codice di abbigliamento (e, quindi, solo per alcuni versi, di comportamento, ovvero un determinato modo di porsi, di stare in società) che viene declinato in diverse sfumature non solo nel mondo islamico, ma anche in quello occidentale, ovviamente con differenze rilevanti.

In questo articolo ci interessa analizzare la moda modesta dal punto di vista islamico, ma certo quello occidentale è altrettanto importante e ha a che fare con la volontà di andare controcorrente, preferendo abiti meno appariscenti, in una società in cui la vita quotidiana, i gusti, i viaggi, il corpo, i successi sono sovraesposti, spesso esibiti con un autocompiacimento malcelato.

Sulla moda modesta in senso occidentale potremmo scrivere pagine su pagine, ma perderemmo di vista la natura di questo blog. Torniamo, quindi, alla moda modesta secondo l’Islam.

Questa definizione risale al Duemila, con la nascita delle prime case di moda dedicate all’islamic fashion, come spiega la professoressa Reina Lewis nel suo saggio “Modest fashion: styling bodies, mediating faith”, (Tauris Academic Studies, 2013).

Devo ammettere che i termini “moda modesta” non mi convincono del tutto: le parole, spesso, vengono caricate di significati, di simboli che vanno oltre una semplice definizione. “Modesta” è un aggettivo impiegato, in questo caso, per contrapporre il costume islamico a quello occidentale; così facendo, però, dimentichiamo il fatto che non tutta la moda europea e americana può essere definita come “non modesta”.

Che cosa intendiamo davvero con “modesto”? Attenzione a non confondere quest’ultima parola con un’altra ben diversa, ovvero “castigato”. Non sempre i due termini sono sinonimi e certo non è detto lo siano né nella moda occidentale né in quella islamica.

La moda modesta nel mondo arabo e musulmano si sta sviluppando in modi molto interessanti ed eclettici, come vedremo. A questo punto si può obiettare che, per esempio, portare il velo può essere una forma di abbigliamento castigato (e non solo modesto), mentre portare una minigonna non lo è.

Dipende da ciò che intendiamo con la parola “bellezza”, ma anche di quali e quanti significati carichiamo simboli come il velo e la minigonna. Pensiamo a quante donne musulmane percepiscono la tradizione di velarsi come un modo per affermare l’identità e non una forma di castigo per il corpo.

Di contro, però, ed è giusto ricordarlo, per altre donne il velo è una costrizione imposta dall’esterno, un obbligo attraverso il quale “misurare” la genuinità della fede (anche per gli uomini esistono obblighi simili).

Aab Collection: https://www.aabcollection.com/
Ciò non fa che rendere la complessità dei concetti di moda, femminilità, bellezza, libertà nel mondo islamico e, quindi, l’impossibilità di ridurli a una visione o a termini troppo generici. Persino una minigonna può diventare una sorta di trappola se viene imposta come un abbigliamento da indossare “a tutti i costi” e a rigide condizioni senza le quali “non possiamo dirci belle”.

Qui non è la fede, ma la bellezza a essere “misurata”. (Fatima Mernissi, nel libro “L’Harem e l’Occidente”, asserisce che, per le donne occidentali, la taglia 42 rappresenta, al pari del velo per le donne musulmane, la vera oppressione, una sorta di harem, ovvero una gabbia da cui è molto difficile uscire). 

Si tratta, ovviamente, di forme diverse di costrizione, ma il risultato è lo stesso: incastrare persone e concetti in stereotipi, omologarle in ambito religioso, sociale, persino privato.

La percezione soggettiva degli obblighi, ma anche di noi stessi e i condizionamenti provenienti dall’esterno non hanno sempre dei confini ben delimitati e questo complica ulteriormente le cose.

I termini “moda modesta” fanno pensare a una mancanza di fantasia nella scelta dei tessuti, dei colori, nella creazione dei modelli, o ancora a qualcosa di lungo, senza forma, grigio e spento in contrapposizione a un tipo di moda più colorata, “scollata” e vivace, ma basta guardare l’ultima sfilata di abiti svoltasi a Dubai il mese scorso, nell’ambito dell’evento “A Modest Revolution” per renderci conto che la “modest fashion” è tutt’altro.

Per questi motivi trovo riduttivi i termini con cui ci si riferisce a questo tipo di moda. Non dobbiamo neanche pensare che si tratti di un settore di nicchia. I numeri, del resto, parlano chiaro: Reuters, insieme a Dinar Standard, riportano una spesa di circa 243 miliardi di dollari, nel 2015, per quel che concerne i capi d’abbigliamento e gli accessori della moda modesta nei Paesi islamici.

Ci si aspetta, per quest’anno, una notevole crescita di questo settore e di quelli relativi ai viaggi, alla cultura e al cibo. I Paesi che producono di più si trovano in Medio Oriente e in Asia. Parliamo di nazioni in ascesa economica, in cui si investe e si crea (tendenze, queste, in pieno sviluppo già da anni).

Gli stilisti non sono solo arabi musulmani; persino Dolce & Gabbana hanno realizzato, per la primavera/estate 2016 una linea chiamata “Abaya” pensata per le donne musulmane. Hijab, abaya, occhiali da sole coordinati, tessuti freschi e leggeri su cui dominano i ricami, le pietre, le stampe floreali e, soprattutto, i colori.

La prima modest fashion week si è tenuta nel 2014 a Istanbul e, da allora, lo stile islamico ha conquistato le passerelle di tutto il mondo, fino ad approdare, nel febbraio 2017, a Londra, la prima città europea ad aver ospitato l’evento. 

Impossibile, poi, non ricordare il Modest Fashion Festival tenutosi il 21 ottobre nella capitale inglese, a Grovesnor House. Questo appuntamento, fulcro della moda modesta di lusso, è nato dall’idea di Fahreen Mir e Sultana Tafadar con lo scopo di far conoscere lo stile islamico, abbattere i pregiudizi che lo circondano, far scoprire un nuovo modo di creare e pensare la moda.

Fahreen Mir è un’ematologa che lavora a Sutton, al Royal Marden Hospital, mentre Sultana Tafadar è un avvocato specializzato in diritto internazionale e dedica la vita al rispetto dei diritti umani.

Durante questo festival ha sfilato anche Halima Aden, la giovane modella musulmana di origini somale, nata in un campo profughi in Kenya e naturalizzata americana. Halima ha sfilato con l’hijab per Alberta Ferretti e Max Mara durante la Milano Fashion Week lo scorso anno e per la collezione di Yeezy Season 5 di Kanye West a New York (A.I 2017/2018).

La sua ascesa nel mondo della moda include una cover storica su Vogue Arabia (giugno 2017), in cui posa indossando il velo (fatto mai accaduto su una rivista occidentale), seguita da un’altra su Allure (luglio 2017).

Halima Aden è diventata un simbolo dello stile e della moda modesti, benché di lusso, un’icona che, prima di sfilare per Ferretti ha detto: “Voglio trasmettere un messaggio positivo che ha come tema la bellezza e la diversità. Voglio mostrare alle giovani donne musulmane che c’è spazio anche per loro”.

La moda modesta, dunque, non deve essere immaginata come una specie di “monolite” immutabile nel tempo. Esistono tanti stili quanti sono i Paesi islamici e ogni stile può essere personalizzato dalla donna che lo indossa. Inoltre ogni stilista crea abiti in base a precise idee che riguardano i concetti di femminilità, modernità, bellezza, lusso, stile appunto e che sono quasi totalmente soggettive e mai fisse nel tempo.

Lo scopo di molti creativi di questo settore è quello di rompere gli schemi e gli stereotipi (in teoria lo stesso discorso vale per la moda occidentale).

La modest fashion è in continua espansione e non conosce crisi. Si sta, pian piano, staccando (benché non del tutto) dai dettami religiosi per andare incontro alle esigenze e ai desideri delle ragazze e delle donne nel mondo moderno.

Una sfida che si sta giocando anche in Europa e negli Stati Uniti. Solo il tempo potrà mostrarci in che modo evolverà.


Bibliografia e sitografia

Lewis Reina, “Modest Fashion: Styling Bodies, Mediating Faith”, Tauris Academic Studies, 2013;

Mernissi Fatima, “L’harem e l’Occidente”, Giunti Editore, 2000;




venerdì 30 giugno 2017

Toussaint. Inganno a Mosca

Torno a scrivere sul blog per segnalarvi l'uscita del mio secondo romanzo, la ragione per cui sono stata lontana da questo luogo virtuale a cui tengo moltissimo (e su cui presto scriverò di nuovo). "Toussaint. Inganno a Mosca", edito da Genesis Publishing, è una detective story che ha per protagonista una indomita principessa araba, originaria di un emirato immaginario, Toussaint Mervat al-Kabir

Toussaint si è ribellata al volere di suo padre, riuscendo a costruirsi, da sola, un brillante futuro a Parigi, dove tutti la conoscono come "la detective delle donne". 

Questo romanzo, autoconclusivo, fa parte di una serie di avventure in cui la protagonista lotta per difendere i diritti delle donne nel mondo. 


 Il libro 

Titolo: Toussaint. Inganno a Mosca 

Casa editrice: Genesis Publishing 

Pagine: 270

Versioni: ebook: 3.99 euro; cartaceo: 11.60 euro 

Data di uscita: 30 giugno 2017









Sinossi

La principessa Toussaint Mervat al-Kabir ha abbandonato da anni la vita nel regno di Durat, incastonato tra le dune del deserto nella Penisola Araba. Si è ribellata a un matrimonio imposto e alla famiglia per inseguire un sogno di libertà che l’ha portata fino a Parigi, nel celebre quartiere di Montmartre. A costo di grandi sacrifici è diventata una giornalista, una scrittrice e una nota conduttrice televisiva impegnata in prima linea in favore dei diritti delle donne di tutto il mondo. I suoi reportage e le sue inchieste le hanno fatto guadagnare l’appellativo di “detective delle donne”. Nel suo nome c’è l’essenza araba e quella europea, quest’ultima bizzarro dono di una madre dal carattere non convenzionale. La vita di Toussaint Mervat, però, è costellata anche da grandi dolori, come la mancanza d’amore e la misteriosa morte del suo amato fratello, che le ha lasciato in eredità una nipote vivace e intelligente, la principessa Hanan. Quando Valentine, l’amica del cuore di sua nipote, scompare misteriosamente durante un viaggio a Mosca, forse caduta nella ragnatela della tratta delle bianche, Toussaint e Hanan partono alla volta della Russia, per risolvere l’intricato enigma. Scopriranno una crudele realtà, nascosta sotto la patina dorata della ricchezza e del lusso sfrenato. Inaspettatamente la vicenda di Valentine rappresenta per Toussaint la possibilità di fare un passo in più verso la soluzione del mistero che avvolge la fine di suo fratello e, forse, di trovare l’amore vero. Toussaint. Inganno a Mosca è il primo romanzo, autoconclusivo, della serie dedicata alla detective delle donne. 


Per saperne di più 

Pagina dedicata al romanzo, con promotional video, sul sito della Genesis Publishing.

mercoledì 8 marzo 2017

Buon 8 marzo!

Immagine tratta dall'articolo
C'è un personaggio che vuol fare gli auguri di un felice 8 marzo a tutte le follower del blog. Il suo nome è Toussaint Mervat bint Mahmoud al-Kabir.

E' una donna, prima di tutto, ma anche una principessa araba che ha deciso di combattere in nome di tutte le donne, a costo di essere rinnegata dal Paese in cui ha aperto gli occhi per la prima volta. Un'anima limpida e forte che non accetta compromessi...

Presto leggerete la sua prima storia.

Grazie alla Genesis Publishing per avermi dato la possibilità di far conoscere il mio personaggio. 

lunedì 6 febbraio 2017

La regina di Saba tra Storia e leggenda

Chi era la regina di Saba? Cosa sappiamo davvero di lei? Spesso non è facile dipanare i fili della Storia da quelli della leggenda, intrecciati dal tempo fino a formare un intricato arabesco. Le fonti, persino la memoria che si perde tra i solchi dei secoli, possono rappresentare un ostacolo nella ricerca.
G. Demin, "La regina di Saba in visita a Salomone", XIX sec.

Vale sempre la pena, però, continuare a indagare senza mai stancarsi, pensare, dar vita a idee e teorie da dimostrare con la pazienza e lo studio. Questo è l’unico modo per favorire il progresso intellettuale (e non solo quello).

Sulla regina di Saba (Sheba) non abbiamo molte notizie e le fonti di cui disponiamo sono tre: La Bibbia, il Corano e l’opera del XIV secolo Kebra Nagast (Gloria dei Re). Stando ai racconti in essi contenuti, la sovrana del regno di Saba, affascinata dalla fama di re Salomone, decise di fargli visita a Gerusalemme, portando con sé ricchi doni.

A quanto pare la regina non era solo bellissima, ma anche molto colta e saggia. Queste doti ammaliarono Salomone in brevissimo tempo, al punto da farlo innamorare, ricambiato, di questa sovrana venuta da lontano. Secondo le fonti etiopi i due ebbero persino un figlio, Menelik, futuro capostipite della dinastia regale abissina.

Per quale motivo la regina si recò a Gerusalemme? Solo per ammirazione verso Salomone? Qual era la collocazione geografica e temporale del regno di Saba? Esistevano dei legami economici e diplomatici tra Israele e questo leggendario regno? Come si chiamava e qual è la vera storia della regina di Saba?

Per gli etiopi il suo nome era Makeda, mentre per i musulmani Bilqis (ma non se ne trova menzione nel Corano). Il suo paese, secondo le ricerche degli studiosi, era situato nella parte meridione della penisola araba, più precisamente in Yemen. Non tutti, però, sono d’accordo con questa teoria; non manca chi identifica il regno di Saba con la stessa Etiopia o, come vedremo, addirittura con l’Egitto.

L’ipotesi più accreditata, comunque, ci parla di un paese molto ricco, la cui estensione comprendeva più o meno gli attuali confini dello Yemen e dell’Etiopia (benché non manchino suggestioni che descrivono la regina di Saba a capo di un popolo nomade e povero). In queste zone risiedevano stabilmente popolazioni sudarabiche immigrate a metà del I millennio a.C. proprio dalla penisola arabica.

Fu questa migrazione a gettare le basi del futuro regno di Axum, che raggiunse l’apogeo tra il III e IV secolo d.C.). Prima dell’arrivo dell’Ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam, queste genti veneravano gli dei mesopotamici Shamesh (il Sole), Sin (la Luna) e Ishtar (la dea della bellezza e dell’amore).

Purtroppo, oggi, ricostruire un’esatta cronologia del regno di Saba e stabilire con certezza se la regina sia esistita e quando è impossibile. Troppe leggende si sono sovrapposte le une alle altre, troppe ipotesi, alcune totalmente prive di qualunque fondamento scientifico, si sono avvicendate nel tempo, offuscando le già scarse possibilità di una incontrovertibile ricostruzione storica. Non ci resta che analizzare più da vicino le tre fonti principali.


La regina di Saba nella Bibbia, nel Corano e nel Kebra Nagast

Il “Kebra Nagast”, il cui significato è “Gloria dei Re”, venne redatto, nella sua versione definitiva (si tratta di una raccolta di racconti riadattati), nel XII secolo. Il libro affonda le radici tanto nella Bibbia quanto nel Corano e uno dei temi principali è proprio l’incontro tra Salomone e Makeda. Viene messo in evidenza il loro dialogo, dopo il quale la regina decide di dedicare le sue preghiere al Dio di Israele e non più al Sole.


Adorazione del Sacro Legno e incontro tra Salomone e la Regina di Saba, Piero della Francesca, 1452-1458


Inoltre viene approfondito il legame amoroso tra i due, da cui nascerà Bayna-Lehkem, ovvero Menelik. La vicenda prosegue proprio con quest’ultimo, il quale decide di recarsi in Israele per conoscere il padre; da qui in poi la storia di Menelik, di Israele e dell’Etiopia si intrecciano alle sorti della leggendaria Arca dell’Alleanza.

Attraverso questi pochi dati, però, non riusciamo a capire per quale ragione la sovrana di Saba si sia recata a Gerusalemme. Lo storico Giuseppe Flavio (37-35/100), che nell’opera “Antichità Giudaiche” racconta proprio la storia del popolo ebraico, ci dà una versione dei fatti molto interessante:

“C’era una donna, regina d’Egitto e d’Etiopia…quando…venne a sapere della virtù e della saggezza di re Salomone, venne assalita da un fortissimo desiderio di conoscerlo”
(VII, pag. 165 ed. Utet, 1998).

Dunque questo incontro sarebbe stato il frutto della curiosità? Non tutti gli studiosi concordano. In effetti l’immagine di Makeda che ci è stata tramandata è quella di una donna innamorata del sapere e non sarebbe strano se avesse trovato in Salomone la sua “controparte intellettuale”.

Il Kebra Nagast, che narra molto bene l’incontro tra i monarchi, ci fa intravedere l’amore della regina per la conoscenza:

Ella venne sin dai confini della terra, solo per ascoltare la saggezza di Salomone
(Kebra Nagast, 21).

“…Da essere una sciocca sono divenuta saggia solo seguendo la tua sapienza…Salomone…si tolse l’anello e lo diede alla regina, dicendole: «Prendi (questo) così non ti dimenticherai di me. E se il mio seme fiorirà in te, questo anello sarà un segno per lui; se sarà un ragazzo dovrà venire da me»…”
(Kebra Nagast, 29).

Torniamo un attimo al passo citato di Giuseppe Flavio: lo storico, infatti, ci dice che la sovrana non fu solo regina d’Etiopia, ma anche d’Egitto. Esiste davvero un legame tra la terra dei Faraoni e la regina di Saba? Possiamo considerare esatta l’informazione che ci dà Giuseppe Flavio?

Lo scrittore Ralph Ellis, autore del saggio “I sovrani scomparsi dell’Antico Egitto” (Newton Compton, 2004), cerca di sciogliere l’enigma sull’identità di questa sovrana: secondo la versione ufficiale una principessa egiziana, proveniente da un regno potentissimo, non si sarebbe mai sottomessa di fronte a un re d’Israele, abbracciando la sua religione e portandogli addirittura dei doni.

Eppure, ci ricorda Ellis, i due regni erano legati da una lunga storia di alleanze e scambi; dunque, la questo punto, la possibilità che una regina visitasse un paese “amico” non risulta poi così strana.

L’autore puntualizza, infine, che, in base a quanto ci riportano le fonti (da Giuseppe Flavio alla storia di Giacobbe narrata nella Genesi, fino al Corano), non sarebbe assurdo pensare che Saba potesse essere addirittura un regno hyksos indipendente, situato esattamente nel Basso Egitto. Ancora una volta, però, nessuna certezza. Soffermiamoci, ora, sull’incontro vero e proprio tra Makeda e Salomone, narrato nella Bibbia.

“La regina di Saba, sentita la fama di Salomone, venne per metterlo alla prova con enigmi. Venne in Gerusalemme con ricchezze molto grandi, con cammelli carichi di aromi e di grande quantità di oro e di pietre preziose. Si presentò a Salomone e gli disse quanto aveva pensato. Salomone rispose a tutte le sue domande; nessuna ve ne fu che non avesse risposta, o che restasse insolubile per Salomone. La regina di Saba, quando ebbe ammirato tutta la saggezza di Salomone, il palazzo che egli aveva costruito, i cibi della sua tavola, gli alloggi dei suoi servitori, l’attività dei suoi ministri e le loro divise, i suoi coppieri e gli olocausti che egli offriva nel tempio del Signore, ne rimase senza fiato. Allora disse al re: «Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto e sulla tua saggezza. Io non avevo voluto credere a quanto si diceva finché non sono giunta qui e i miei occhi non hanno visto; ebbene non me ne era stata riferita neppure una metà! ... Nel suo amore eterno per Israele il Signore ti ha stabilito re perché tu eserciti il diritto e la giustizia» …Il re Salomone diede alla regina di Saba quanto essa desiderava…Quindi essa tornò nel suo paese con i suoi servi.”
(Primo Libro dei Re, 10: 1-13).


Dalla Bibbia emerge, come abbiamo visto, un ritratto interessante di Makeda, presentata come una donna intelligente, scaltra, senza dubbio in grado di mettere alla prova un re altrettanto astuto e determinato.

Salomone sa ben destreggiarsi nei labirinti degli enigmi proposti dalla regina; i due sovrani si osservano, si studiano, ma non si temono. In un certo senso sembrano già due “anime gemelle”, per usare dei termini molto moderni e il sentimento che li unisce è, prima di tutto, una vera e propria attrazione intellettuale.

Ritroviamo il racconto dell’arrivo della regina di Saba alla corte di Salomone anche nel Secondo Libro delle Cronache (9: 1-12); in questo caso, però, la narrazione non si distanzia da quella già citata del Primo Libro dei Re. C’è, poi, anche un’altra fonte che narra il celebre incontro tra queste due personalità straordinarie, ovvero i Vangeli di Matteo (12, 42) e Luca (11,31).

In questi passi Gesù rammenta la punizione divina che colpirà, nel Giorno del Giudizio, quanti non hanno creduto al suo messaggio.

“La regina del Sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall’estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c’è più di Salomone!”
(Matteo 12, 42).

Nel Corano la terra di Saba è ricordata per le sue ricchezze e per il culto che il popolo tributava al Sole (forse Ra?):

“Ti porto notizie certe sui Saba: ho scoperto che una donna è loro regina, che è provvista di ogni bene e che possiede un trono magnifico. L’ho scorta prosternarsi…davanti al Sole.” (Corano, sura XXVII, 22-24).

Molti studiosi sostengono che la venerazione del Sole potrebbe essere collegata non alla religione dell’Antico Egitto, bensì a quella mesopotamica. Purtroppo dobbiamo limitarci alle congetture, in attesa di possibili sviluppi nelle ricerche.

Per quanto riguarda, invece, il motivo della visita di Bilqis/Makeda in Israele sono state fatte diverse ipotesi: l’alleanza dei due popoli sancita dal matrimonio tra i sovrani (la nascita di Menelik ne sarebbe stata il suggello), la sete di conoscenza della stessa regina e l’ammirazione verso Salomone che l’avrebbe spinta a intraprendere un lungo viaggio pur di confrontarsi con lui sul piano intellettuale.

In questo mare di incertezze e di suggestive ipotesi rimane, intatto, il fascino immortale di un personaggio femminile ancora misterioso, in cui si fondono alla perfezione bellezza, carisma e sapienza.

Bilqis o Makeda poco importa: la regina di Saba è, prima di tutto, un ideale di saggezza e di audacia capace di ammaliare ancora oggi scrittori e registi. Una donna che viaggia per conoscere, che non accetta di restare ferma, di accontentarsi, di sottomettersi a dei limiti che altri le hanno imposto. Da questo punto di vista, dunque, il viaggio non è solo fisico, ma anche “iniziatico”; morale, intellettuale, come abbiamo detto più volte, perfino emotivo.

Se un giorno avremo accesso a prove storiche inconfutabili sull’esistenza della regina di Saba, potremo dare, finalmente, consistenza e “spessore umano” al sogno della vera conoscenza che non ha confini.


Bibliografia

Articolo “Terra divina” di Marco di Branco, Archeo n.380, ottobre 2016, pag.84-104;

Ralph Ellis, “I sovrani scomparsi dell’Antico Egitto”, Newton Compton, 2004;

Giuseppe Flavio, “Antichità giudaiche”, VII, pag. 165 ed. Utet, 1998;

Marek Halter, “La regina di Saba”, Spirali, 2009;

La Sacra Bibbia, Libreria Editrice Vaticana, 1992;

Il Corano, a cura di Alessandro Bausani, Rizzoli, 1988;

Il Corano, a cura di Gabriele Mandel, Utet, 2006.

sabato 24 dicembre 2016

Buone Feste

Auguro a tutti un gioioso Natale con il video dell'Ave Maria della cantante libanese Tania Kassis. La speranza è quella di un mondo in cui regni una pace concreta, figlia del buon senso, del cuore, ma anche della ragione.

Un'utopia? Chissà. Io, però, voglio continuare a credere che sia possibile, che ancora siamo capaci di creare bellezza e serenità intorno a noi, ogni giorno e con ostinazione se è necessario, senza prevaricarci, senza ferirci.

Voglio credere che diventeremo più consapevoli del mondo che ci circonda, del nostro presente e del nostro futuro e non guarderemo più a questi con disincanto, poiché significherebbe aver già perso.

Che questo possa essere un periodo di riflessione sull'importanza della libertà, del rispetto (che non può mai essere "unidirezionale", né figlio dell'ipocrisia o, peggio, del buonismo) e del valore della vita.

Buon Natale e Buone Feste a tutti voi.

martedì 20 dicembre 2016

Dalla Siria alla Germania. Articolo su Huffington Post

Sul blog di Huffington Post la mia riflessione sugli eventi di ieri. Dalla terribile situazione siriana alla morte dell'ambasciatore russo in Turchia fino alla strage in Germania. Eventi collegati tra loro proprio attraverso il filo rosso della Siria, ago della bilancia degli equilibri mondiali.

lunedì 27 giugno 2016

Ramadan. Le migliori app

Fonte immagine: http://www.oceanofwallpapers.com/
Ad alcuni potrà sembrare un controsenso ma, in realtà, fede e tecnologia non sono due mondi agli antipodi. Negli ultimi anni diverse religioni, attraverso le loro autorità e gli stessi fedeli, si sono servite di Internet, per fare un esempio tra i più evidenti, come supporto per spiegare idee e culti.
Purtroppo, come sappiamo, non sempre la conoscenza scientifica e tecnologica è stata usata a fin di bene, che sia per ragioni politiche, economiche o religiose conta poco. La responsabilità dell’utilizzo di un mezzo è nelle mani degli uomini, i quali hanno dimostrato di non essere sempre in grado o di non avere a cuore, in ogni momento, il miglioramento e il bene di tutta l’umanità.
Discorsi, questi, di cui siamo (o dovremmo essere) tutti consapevoli benché, all’atto pratico, esista ancora un divario tra chi usa “bene” (e a fin di bene per se stesso e per gli altri) la tecnologia e chi la usa “male” (e per scopi illeciti). Questa volta, però, parleremo di un connubio diverso, più specifico e piuttosto riuscito fra tecnologia e religione. In questo post troverete una selezione delle migliori app per il Ramaḍān.
Tale selezione è soggettiva, quindi se conoscete altre applicazioni di questo tipo che ritenete altrettanto valide, non esitate a segnalarle nei commenti. Non è detto, infine, che un articolo del genere debba interessare esclusivamente i musulmani; vedrete che alcune funzioni delle app suggerite possono essere un valido supporto per chi vuole conoscere meglio la religione islamica (o è già un appassionato di tematiche religiose), uno spunto per approfondire il culto e i riti, ad esempio.
Cominciamo subito…


Ramaḍān 2016: app con una grafica lineare, riporta tutti gli orari delle preghiere, dell’inizio e della fine del digiuno (si può anche attivare le notifiche per segnalarli sul cellulare). Inoltre è possibile consultare il Corano, disponibile in otto lingue e ascoltarlo in arabo. L’applicazione è dotata della bussola che indica la qibla e tra le funzioni vi sono le invocazioni ad Allah con relative trascrizione e traduzione in inglese, l’elenco dei 99 nomi di Allah e i calendari islamico e gregoriano con convertitore di date. 

Muslim Pro: app completa e dalla grafica accattivante. Consente, in base alla posizione geografica, di trovare la moschea e i luoghi del ḥalāl più vicini. E’ dotata di un calcolatore che permette di conteggiare l’esatto importo della zakāt (elemosina) e di un archivio fotografico da cui è possibile selezionare immagini da inviare come cartoline digitali. Inoltre è presente la funzione relativa al tasbīḥ ovvero il “rosario” arabo. Non mancano, ovviamente, la lista dei 99 nomi di Allah, la bussola per la qibla, le invocazioni, l’orario delle preghiere e le versioni araba e italiana del Corano (con audio in arabo). E’ disponibile una versione premium dell’app.

Athan Pro: dal punto di vista grafico è l’app più elegante tra quelle selezionate. Riporta l’ḥadīth ovvero del giorno in arabo e in inglese, la preparazione e l’esecuzione dei riti ‘umrah e ḥaǧǧ. Anche Athan Pro è dotata di bussola per la qibla, dell’elenco dei 99 nomi di Allah, del tasbīḥ di sfondi per il cellulare e dell’orario delle preghiere e del digiuno. C’è anche la possibilità di vedere due video tratti da canali arabi. Le altre funzioni, come quella relativa alla ṣalāt, con spiegazioni sul modo di pregare e sull’origine delle preghiere islamiche, possono essere scaricate a parte, cliccando sulle rispettive icone.

Prayer Times & Qibla Pro: app semplice ma ben sviluppata. Oltre alle funzioni come quella relativa al tasbīḥ o ai nomi di Allah, vero “must” per questo tipo di applicazioni, è presente un convertitore di date basato sui calendari islamico e gregoriano e la spiegazione, in inglese, dei cinque Pilastri dell’Islam.

I Quran Lite: è presente in una grafica molto semplice ma ben curata, Il Corano in arabo e in inglese. Si possono attivare anche traduzioni in altre lingue, ma tale opzione è presente solo nella versione Pro dell’applicazione. In I Quran Lite sono riportate anche le principali regole del taǧwīd con relativi esempi audio.

Ramaḍān Duas: è l’applicazione dedicata alle invocazioni ad Allah, disponibili in arabo e in inglese. Ne viene espresso il significato e segnalati i giorni in cui devono essere recitate. La grafica, anche in questo caso, è molto intuitiva, ma funzionale.


L'unica pecca di tutte le app selezionate è la presenza di pubblicità, a quanto pare divenuta inevitabile anche in tali casi. Per il resto sono state studiate con una certa cura e risulta piuttosto interessante osservare, attraverso queste, il connubio tra tecnologia e religione.
Ovviamente se vogliamo davvero studiare e approfondire l’Islam e il mondo arabo, dobbiamo affidarci ai libri, ai viaggi, ai bravi insegnanti. Tutto questo, piaccia o meno, la tecnologia non può ancora sostituirlo. Inoltre dobbiamo sempre prestare attenzione al materiale che troviamo su Internet (in forma di siti, app e via di questo passo), soprattutto quando riguarda temi complessi e scottanti.
Selezione e buon senso non possono mancare, insieme alla volontà di approfondire, verificare e comparare.